Padre Bettoni, riflessione sul piccolo Achille e la coppia dell’acido

Redazione Picenotime

24 Agosto 2015

Padre Bettoni
Riportiamo il comunicato stampa di Padre Giuseppe Bettoni è fondatore e presidente di Fondazione Arché Onlus, riflessione sul piccolo Achille e la “coppia dell’acido”. “Il bene del bambino è sovrano e primario”.

“Se ripercorro gli ormai venticinque anni nei quali abbiamo camminato insieme a numerose mamme con i loro bambini, donne oppresse dalla colpa, dal disagio, dalla violenza e da tutte quelle forme, più o meno sottili, di maltrattamento che ci hanno condotto ad aprire una struttura di accoglienza per mamma e bambino e a progettarne a breve un’altra, mi sento direttamente interpellato dalla storia, nota a noi tutti purtroppo, come la storia della «coppia dell’acido» e che mi ha fatto tanto pensare alle numerose storie incontrate in questi anni.

Le prospettive, come sempre quando si tratta delle persone, sono complesse e lo sono ancor di più quando si tratta di genitori, di mamme e di papà la cui capacità genitoriale è seriamente messa in discussione. Anche perché si intrecciano i sentimenti e la ragione, la legge e l’istinto, così come l’aspetto giuridico, psicologico e morale, ma finanche giudiziario, perché le questioni pregresse sono importanti e dalle conseguenze importanti. 

La valutazione delle capacità genitoriali è un procedimento articolato che, sulla base di criteri e indicatori prognostici che coinvolgono sia l’ambito sociale che personale e psicologico, individuano i fattori di rischio, i fattori protettivi, i segnali di malessere, ma anche gli indicatori di trattabilità e di gravità. Un procedimento che ha come fine primario la tutela del piccolo e altresì, nel mettere a fuoco le aree di debolezza, favorire un percorso per la mamma e il papà perché, si spera, possano assumersi in futuro le loro responsabilità.

Non si tratta qui di giudicare la bontà o la cattiveria di una madre, nessuno può essere ridotto al suo errore. Questo lo diciamo da anni e continueremo a ripeterlo. Qui è in gioco un’altra dimensione ed è la reale capacità genitoriale di una madre (e di un padre), la sua capacità relazionale e di accudimento. Quante volte abbiamo incontrato altre Martine e altri Achille, quante volte avremmo voluto e abbiamo fatto di tutto perché potessero stare insieme! 

Ma non posso dimenticare le situazioni in cui abbiamo dovuto rassegnarci all’idea che lì le premesse non c’erano, che i fondamenti della relazione genitoriale erano inesistenti, che la capacità di accudimento e di educazione erano insufficienti, perché il senso di responsabilità non è automatico, nella responsabilità si cresce. Certo quando la responsabilità concerne le tue scelte di vita come adulto, sai bene che la tua libertà finisce nel momento in cui incontri la libertà dell’altro. Puoi anche decidere di fregartene e quindi di commettere degli errori, consapevole che devi essere pronto a pagarne le conseguenze.

La questione è diversa quando la responsabilità riguarda la vita di un cucciolo d’uomo, in questo caso l’istinto ha un suo peso, ma non si può giocare a fare i romantici sulla vita di un bambino. Occorre il coraggio di dire a queste donne che non per il fatto stesso che hanno partorito sono di per se stesse capaci di essere mamme. Madri si diventa e il bene del bambino è sovrano e primario. Per questo si rende talvolta necessario non solo che si tagli il cordone ombelicale che per nove mesi li ha legati l’uno all’altra, ma che il taglio possa essere ancora più profondo, fino a sembrare duro e inumano, affinché  la vita fiorisca e cresca.

Sarebbe un grave danno, oltre che un errore grossolano, servirsi del bambino per permettere alla madre di crescere nella responsabilità. Rispondere a personalità patologiche inseguendole sullo stesso terreno - ovviamente laddove la condizione viene considerata come irreversibile -, significa tradire le nostre coscienze, la deontologia di ogni professione e il compito delle istituzioni che come comunità civile e democratica ci siamo dati a tutela di chi è più fragile e di chi è indifeso. Non è umano servirsi di un figlio come terapia per l’adulto. 

Spero che Martina, e con lei tutte le altre mamme che quotidianamente incontriamo, possano davvero imparare a essere tali, nella loro dignità e nella loro umanità. La questione che ci riguarda è il «come». Non imbocchiamo scorciatoie, assumiamoci le nostre responsabilità e percorriamo la strada necessaria, percorriamola fino in fondo. Gli errori non sono condanne definitive, possono diventare opportunità. Ma la tutela che esigiamo è per i più piccoli”.



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