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Cia Marche, Taddei: ''Grano, manca la redditività. Lavoriamo già in perdita, puntiamo sulla pasta 100% italiana''

di Redazione Picenotime

Paradossalmente, l’unico aspetto positivo è il gran caldo che spaventa tutti: per le Marche cerealicole, terza realtà nazionale assoluta, le temperature che preoccupano l’opinione pubblica e danneggiano numerose colture, sono l’ideale per l’essiccazione del grano duro. “Ma purtroppo, le buone notizie finiscono qui – dichiara il presidente Cia Marche Alessandro Taddei – perché da un recente confronto con gli operatori che si occupano dell'ammasso del grano e con gli agricoltori è emersa una situazione nota. Il caldo di questi giorni sta favorendo una buona essiccazione e siamo anche un po' in anticipo con i tempi della raccolta, però ci portiamo dietro le conseguenze delle scelte fatte durante la stagione. Molti agricoltori hanno rinunciato alla concimazione a causa dell'impennata dei prezzi dei fertilizzanti, esplosa con la guerra e aggravata dalle tensioni internazionali. Con il grano che veniva pagato appena 22-25 euro al quintale, molti non se la sono sentita di affrontare un investimento così importante” . Le conseguenze sono evidenti: rese molto basse, sia in termini di proteine sia di produzione per ettaro, a cui si aggiunge un prezzo che continua a essere troppo basso: “oggi siamo intorno ai 24-25 euro al quintale. È un prezzo che, di fatto, è fermo da anni. Basti pensare che il contratto di filiera con una nota azienda italiana, comunicato proprio ieri sera, prevede un prezzo minimo di 25 euro al quintale, praticamente lo stesso di otto anni fa, nel 2018”. I conti sono presto fatti: “se si raccolgono circa 45 quintali per ettaro e il prezzo è di 25 euro al quintale, l'incasso si aggira tra i 1.100 e i 1.200 euro per ettaro. Ma per realizzare quella produzione ne spendiamo circa 1.350 tra semina, lavorazioni e gestione della coltura. Significa partire già con una perdita di circa 100 euro per ettaro. È vero che esistono i contributi della PAC, ma anche sommando quel sostegno si arriva a malapena al pareggio. In sostanza stiamo lavorando in perdita” . La cosa che preoccupa di più Cia Marche, però, è quanto emerso nel confronto con gli operatori dell'ammasso, perché sono emersi due elementi particolarmente allarmanti: “Il primo riguarda il calo dei consumi di pasta. Questo è quanto ci riferiscono i due maggiori produttori italiani, che parlano di una diminuzione dei consumi compresa tra il 10 e il 15 per cento, almeno in Italia. È un dato che sembra contraddire quanto spesso viene raccontato dai media, ma ci è stato comunicato questo”. Il secondo elemento è ancora più preoccupante: “Fino a oggi gli accordi di filiera garantivano almeno qualche euro in più rispetto ai costi di produzione. Oggi, però, le aziende ci dicono di essere in difficoltà nel mantenere questi accordi, il che significa che la situazione, invece di migliorare, continua a peggiorare” . Cia Marche rilancerà, per cercare di invertire questa tendenza che sarebbe deleteria per l’agricoltura regionale e, in una visione più ampia, anche per la tradizione culinaria nazionale, la proposta di legge da presentare al Governo, con l'obiettivo di istituire un marchio che identifichi una pasta realizzata con grano 100% italiano, una sorta di IGT della pasta. “Oltre a ribadire che da troppo tempo i nostri cerealicoltori sono costretti a produrre in perdita – aggiunge Sabina Pesci, Presidente Cia Pesaro-Urbino - abbiamo portato ai referenti della Commissione Unica Nazionale le caratteristiche qualitative del grano della nostra provincia, evidenziando in particolare i valori di proteine e peso specifico. L'obiettivo è arrivare a una rimodulazione degli scaglioni di classificazione, affinché il prezzo riconosciuto rispecchi realmente la qualità del prodotto. La prima quotazione del nuovo raccolto lascia intravedere un piccolo segnale positivo rispetto alle precedenti rilevazioni, anche se siamo ancora ben al di sotto dei costi di produzione e quindi non possiamo parlare di una situazione soddisfacente”. Franco Gianangeli, Presidente Cia Ancona, definisce la situazione nella sua provincia: “La raccolta del grano 2026 si sta ormai avviando alla conclusione e i risultati sono decisamente positivi sotto il profilo qualitativo. Il contenuto proteico si attesta tra il 12 e il 14%, il peso specifico è buono e anche le rese per ettaro sono molto soddisfacenti: si va dai 40 ai 50 quintali per ettaro, con punte di 60-65 quintali e, in alcuni casi, addirittura di 70 quintali. Dal punto di vista della qualità e della quantità, quindi, non c'è nulla da eccepire.Quest'anno le temperature particolarmente elevate hanno anticipato la trebbiatura di circa 10-15 giorni ma comunque, fino al termine della raccolta, temiamo ancora situazioni meteo estreme. Restano forti perplessità riguardo ai prezzi di mercato, sempre più bassi e penalizzanti per chi produce e continua ad avere il coraggio di lavorare la terra. Nonostante si parli di un raccolto di qualità, le quotazioni del grano consentono soltanto una copertura parziale dei costi di produzione, senza garantire un'effettiva redditività alle aziende agricole. La situazione della cerealicoltura nella provincia di Ancona è dunque oggi particolarmente critica. Da un lato assistiamo a una continua riduzione dei prezzi di vendita, dall'altro i costi di produzione continuano ad aumentare. Gli agricoltori denunciano rincari significativi per concimi, gasolio e prodotti fitosanitari, con la conseguenza che i ricavi risultano ormai inferiori ai costi minimi necessari per produrre. Tutto questo mette seriamente a rischio anche le produzioni future. Molti cerealicoltori stanno infatti valutando di non effettuare le semine delle prossime campagne qualora non venga garantito un livello minimo di redditività”. “L’impressione è che le istituzioni debbano farsi garanti di accordi di filiera più giusti – aggiunge il Presidente Cia Ascoli- Fermo-Macerata Matteo Carboni perché il CUN, così come è strutturato, non risponde ai criteri di equità e trasparenza. È necessario che, a fronte di una garanzia di qualità assoluta come quella del grano marchigiano, gli altri componenti della filiera s’impegnino a garantire quantità e remunerazioni che salvaguardino la crescita delle aziende agricole e la dignità delle persone”.

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