Comunicati Stampa
di Redazione Picenotime
Le acquisizioni di imprese italiane da parte di gruppi stranieri sono un fenomeno che nelle Marche non riguarda soltanto le grandi aziende, ma interessa da anni anche realtà di medie dimensioni, spesso familiari, che rappresentano l’ossatura dei nostri distretti produttivi. È quindi un processo rilevante, che merita una riflessione sulle conseguenze che può avere per il territorio.
Quando la direzione strategica si sposta fuori dai confini regionali o nazionali, infatti, il rischio è che vengano progressivamente centralizzate altrove anche le funzioni a maggiore valore aggiunto: ricerca e sviluppo, marketing, finanza, progettazione, direzione... Nel breve periodo gli stabilimenti e l’occupazione possono rimanere sul territorio, ma nel medio periodo possono ridursi le posizioni manageriali, tecniche e professionali più qualificate. Questo significa meno opportunità per i nostri giovani, minore capacità di attrarre talenti e una domanda più debole di servizi avanzati. In altre parole, si impoverisce progressivamente l’intero ecosistema produttivo.
Il rischio è che le Marche continuino a produrre, ma decidano sempre meno, trasformandosi da sistema imprenditoriale diffuso in una piattaforma manifatturiera guidata da centri decisionali esterni. Le funzioni direzionali generano infatti un indotto che va ben oltre l’azienda stessa e, quando vengono trasferite altrove, una parte importante del valore prodotto non viene più reinvestita localmente.
C’è poi un tema di radicamento. Quando proprietà e direzione sono sul territorio, imprenditori e manager ne conoscono dinamiche ed esigenze e tendono a considerare anche l’impatto sociale delle proprie scelte. Nei grandi gruppi internazionali, invece, riorganizzazioni e investimenti rispondono inevitabilmente a logiche più ampie di efficienza e redditività, rispetto alle quali il territorio può avere una minore capacità di incidere.
“Per tutti questi motivi – commenta Giorgio Menichelli Segretario Generale Confartigianato Imprese Macerata-Ascoli Piceno-Fermo - credo che dobbiamo guardare con maggiore attenzione anche a quelle piccole e medie imprese marchigiane con elevata redditività e potenzialità di crescita che, come ho accennato, stanno perdendo la loro funzione centrale, perché acquisite da grandi gruppi stranieri. L’auspicio è che siano sempre più gli stessi imprenditori del territorio a riconoscerne il valore, favorendo aggregazioni e acquisizioni locali anziché lasciare che queste realtà escano dal nostro sistema. Abbiamo bisogno, sia come regione ma anche come imprese artigiane, di più “driver”: aziende affidabili, innovative, digitalizzate, organizzate e aperte ai mercati, capaci di guidare le filiere e diventare un riferimento per il sistema produttivo. Nelle Marche queste realtà esistono già, anche in settori strategici come nuove tecnologie, meccanica, nautica, moda. Dobbiamo individuarle, metterle in rete e trasformare i loro fattori di successo in un patrimonio condiviso, perché l’obiettivo non è celebrare poche eccellenze, ma innalzare la competitività dell’intero sistema regionale”.
La sfida per le Marche non è soltanto mantenere la produzione sul territorio, ma trattenere anche proprietà, competenze, innovazione e centri decisionali. Parallelamente occorre rafforzare gli investimenti in ricerca, innovazione e competenze manageriali, il rapporto tra università e imprese e la capacità di trattenere sul territorio talenti.
“L’obiettivo - prosegue Giorgio Menichelli - deve essere quello di favorire lo sviluppo di imprese marchigiane più strutturate e competitive, soprattutto nei settori strategici, capaci di crescere sui mercati e di acquisire altre aziende, magari anche fuori dalla nostra regione. A questo proposito, credo si importante monitorare il fenomeno delle acquisizioni e controllare meglio tale dinamica. In questo quadro, la Regione Marche può avere un ruolo di mediatore verso i possibili squilibri della bilancia, attraverso politiche di sostegno alle imprese marchigiane che acquisiscono e disincentivando operazioni di vendita extraterritoriali. In sintesi, una regione industriale forte non è soltanto quella in cui si produce, ma quella in cui si decide, si progetta e si innova”.