Comunicati Stampa
di Redazione Picenotime
Cia Marche esprime una valutazione in “chiaroscuro” della Legge di Bilancio 2026, che introduce alcuni interventi correttivi che interessano il settore agricolo, ma nel suo insieme non riesce a offrire una risposta all’altezza delle trasformazioni in atto. Le modifiche su credito d’imposta, ZES Agricola e lavoro agricolo occasionale recepiscono richieste avanzate da tempo da Cia, tuttavia non si inseriscono in una cornice politica capace di orientare il comparto verso un vero salto di qualità, né sul piano nazionale né su quello europeo.
Il giudizio resta quindi improntato alla cautela. Per il presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, la manovra risulta “troppo prudente e poco coraggiosa sulle questioni agricole".
Secondo il presidente di Cia Marche, Alessandro Taddei, “Un primo risultato positivo va riconosciuto: è stata mantenuta la possibilità di compensazione dei crediti fiscali. Inizialmente si era ipotizzata la sua eliminazione, che avrebbe causato una forte carenza di liquidità alle aziende agricole, impedendo loro di compensare imposte e contributi con i crediti maturati. Il fatto che questa misura sia rimasta è senza dubbio un elemento positivo. Detto questo, se confrontiamo la Legge di Bilancio attuale con quelle degli anni precedenti, emerge una certa mancanza di visione per il comparto agricolo. Gli investimenti previsti sono pochi e le opportunità offerte al settore sono limitate. È un aspetto che ci lascia perplessi.”
Sulla ZES Agricola, “Se il credito d’imposta legato alla ZES continua a essere considerato aiuto di Stato per l’agricoltura, si creano forti criticità. Il regime de minimis è stato sì innalzato da 15.000 a 50.000 euro, ma parliamo di un tetto valido su tre anni. In questo limite rientrano anche i contributi regionali, come ad esempio quelli per la rivalorizzazione dei castagneti, e perfino i risarcimenti per i danni causati dalla fauna selvatica. Una piccola azienda può forse rientrare in questi parametri, ma per aziende più strutturate o che subiscono ingenti danni da fauna il rischio è quello di superare il tetto e perdere contributi fondamentali. Se pensiamo alle aree montane, che sono anche quelle su cui punta maggiormente la ZES, il problema è evidente: investimenti, danni ambientali e progetti di sviluppo rischiano di entrare tutti nello stesso plafond, penalizzando chi avrebbe invece bisogno di più sostegno.”.
Resta critica, anche secondo il presidente Taddei, la posizione sul ritiro dell’emendamento relativo alla legalità del fiore di canapa industriale a basso THC, un comparto che coinvolge migliaia di imprese e occupa decine di migliaia di addetti non può essere lasciato senza certezze normative, mentre un buon segnale arriva dalla proroga della sperimentazione in campo delle Tea fino a fine 2026: “Servono però vigilanza, controllo e un serio approccio scientifico. Dobbiamo affidarci a chi ne sa più di noi, senza chiusure ideologiche.”
La PAC, per la quale Cia è scesa in piazza a Bruxelles lo scorso 18 dicembre “resterà invariata nel 2026 anche se con piccole riduzioni già previste. La nuova programmazione partirà dal 2027, dunque la battaglia si sposterà nell’anno che è appena arrivato sulla contrattazione, perché è assolutamente da scongiurare la convergenza della PAC in un Fondo Unico. In quel caso l’agricoltura rischierebbe di essere sacrificata a favore di altri capitoli come sanità, welfare o difesa. Bisogna mantenere la guardia alta”.
Uno sguardo più attento deve essere dedicato all’agricoltura marchigiana: “Il problema è che le aziende oggi non fanno reddito. Nessun settore si salva. Il 2025, dal punto di vista economico, è stato un anno molto difficile: il grano non ha mai superato i 28 euro al quintale, quando ne servirebbero almeno 30 per coprire i costi. Il settore vitivinicolo è in sofferenza, soprattutto per i vini rossi; i bianchi tengono un po’ di più, ma il mercato resta fragile. La zootecnia, nelle Marche, è stata fortemente penalizzata negli anni. Oggi soffriamo anche per la mancanza di mattatoi e di strutture adeguate, costringendo gli allevatori a rivolgersi fuori regione.”. Le aree interne vanno preservate, valorizzate e rilanciate perché “gli agricoltori delle aree interne non sono solo produttori, ma veri custodi del territorio. Mantengono il paesaggio, prevengono il dissesto idrogeologico e garantiscono un presidio fondamentale. Noi nelle Marche ci impegniamo molto su questo tema, perché le “aree interne” rappresentano il 75% del nostro territorio”.
Il rischio è anche legato alla definizione di “agricoltore attivo” per l’accesso alla PAC: “Se venisse riconosciuto solo chi vive esclusivamente di agricoltura e ha partita IVA, molte aziende delle aree interne marchigiane – e anche molti pensionati che continuano a coltivare – verrebbero escluse. Per noi di Cia, agricoltore attivo è chi coltiva la terra e la mantiene in buono stato, indipendentemente dal reddito principale. Anche chi ha un altro lavoro, ma cura il territorio, svolge una funzione pubblica e deve poter accedere ai contributi.”
Il 2026 si prospetta dunque, conclude il presidente Taddei, un anno importante per l’agricoltura nazionale e marchigiana: “Senza agricoltura non si nutre la popolazione: è una lezione che la storia ci ha già insegnato, anche nei momenti più drammatici. E sarebbe un errore gravissimo dimenticarlo oggi.”