Comunicati Stampa
di Redazione Picenotime
L’inverno demografico che sta
attraversando l’Italia non è soltanto una questione statistica, ma
rappresenta una delle principali emergenze economiche e sociali del
Paese. Lo segnala la UIL Marche analizzando il Rapporto ISTAT annuale
2026, che fotografa una realtà preoccupante: nel 2025 sono nati
appena 355 mila bambini, con una diminuzione del 3,9% rispetto
all’anno precedente, mentre il tasso di fecondità è sceso a 1,14
figli per donna. Contestualmente cresce il peso della popolazione
anziana, che oggi rappresenta oltre un quarto dei residenti italiani.
Di fronte a questi numeri è necessario superare una lettura
semplicistica del fenomeno. La denatalità non è il risultato di una
presunta minore propensione delle persone ad avere figli. Al
contrario, milioni di cittadini dichiarano di aver rinunciato ai
progetti familiari desiderati a causa dell'incertezza economica,
della precarietà lavorativa e delle difficoltà di conciliazione tra
vita professionale e responsabilità familiari. Oltre il 62% delle
persone che hanno rinunciato ad avere figli indica proprio
nell'instabilità economica e nell'incertezza sul futuro la causa
principale di questa scelta.
In questo scenario emerge con forza
il ruolo centrale del lavoro femminile. Non esiste una strategia
credibile per contrastare il declino demografico senza affrontare le
persistenti disuguaglianze che caratterizzano la partecipazione delle
donne al mercato del lavoro. Dove l'occupazione femminile è stabile,
qualificata e sostenuta da adeguati servizi di welfare, la natalità
resiste meglio. Dove invece prevalgono precarietà, bassi salari e
carenza di servizi, cresce la difficoltà di costruire progetti di
vita e di famiglia.
“La vita delle madri, dichiara Alessia Ciaffi, Coordinatrice Regionale UIL Marche Pari Opportunità, non può essere sempre più simile a quella delle equilibriste, in perenne tensione tra i compiti di cura familiare non equamente ripartiti e una dimensione lavorativa troppo spesso sottopagata e non organizzata per favorire la conciliazione dei tempi di vita e lavoro. I bambini e le bambine non sono un fatto privato ma una responsabilità dell’intera comunità che ha il compito di sostenere sia le madri, non facendole sentire funambole sole e sopraffatte dalle schiaccianti richieste del quotidiano, sia i padri nello sperimentare un modello di paterno solido ma allo stesso tempo accudente e realmente partecipe nella vita dei figli”.
“Le Marche rappresentano un esempio emblematico di questa connessione tra crisi demografica e disparità di genere”, riferisce Antonella Vitale, responsabile del Centro Studi Uil Marche.
Nel 2025 il tasso di occupazione femminile regionale si è fermato al 62,7%, quasi dieci punti percentuali al di sotto di quello maschile. Le nuove assunzioni continuano a privilegiare gli uomini e, quando riguardano le donne, sono spesso concentrate in contratti a termine, intermittenti o part-time involontari. Su 170.335 nuove assunzioni registrate nei primi nove mesi del 2025, solo 73.000 hanno riguardato lavoratrici, mentre appena 6.487 donne sono state assunte con contratto a tempo indeterminato. Particolarmente significativo è il fenomeno del part-time involontario. Nelle Marche il 12,6% delle lavoratrici si trova in questa condizione, contro il 4,6% degli uomini. Una situazione che riflette una distribuzione ancora fortemente squilibrata dei carichi di cura e che limita sia le opportunità professionali sia la futura sicurezza economica delle donne.
A tutto ciò si aggiunge un persistente divario retributivo. Le lavoratrici dipendenti del settore privato percepiscono mediamente il 29,4% in meno rispetto ai colleghi uomini. Anche a parità di contratto a tempo pieno e indeterminato il differenziale resta elevato, con una retribuzione annua inferiore di oltre 4.200 euro rispetto a quella maschile. Una disparità che si manifesta inoltre nelle posizioni apicali, dove la presenza femminile continua a essere fortemente sottorappresentata.
Le conseguenze sono evidenti. Carriere
discontinue, salari più bassi e minore autonomia economica rendono
sempre più difficile progettare una famiglia. Non sorprende quindi
che nel 2025 nelle Marche siano state registrate appena 8.219
nascite, confermando una tendenza che desta forte preoccupazione per
il futuro della regione.
Per affrontare efficacemente questa sfida
non bastano incentivi occasionali o misure frammentarie. Occorre una
strategia organica che metta al centro il lavoro stabile e di
qualità, la riduzione del gender pay gap, il rafforzamento dei
servizi educativi e socioassistenziali, l'estensione del tempo pieno
scolastico, il sostegno alla genitorialità e una più equa
condivisione delle responsabilità di cura tra uomini e donne.
Le Marche, come l'intero Paese, si
trovano davanti a una scelta cruciale. Investire nell'occupazione
femminile, nei servizi per l'infanzia e nel welfare non significa
soltanto promuovere l'uguaglianza, ma costruire le condizioni
necessarie per garantire crescita economica, coesione sociale e
sostenibilità demografica. La natalità non si rilancia chiedendo
alle donne di fare più figli, ma garantendo loro le condizioni per
poter realizzare liberamente i propri progetti di vita, riducendo
così il ferility gap cioè il divario tra i figli desiderati e
quelli concepiti.
E’ la politica a dover mettere a terra queste
azioni: un paese che frana demograficamente non permette la
sostenibilità di tutti i sistemi che lo costituiscono a partire da
quello pensionistico per finire a quello scolastico e sanitario.
Investire sulle donne significa investire nella crescita economica, nella coesione sociale e nel futuro delle Marche. La sfida della natalità si affronta prima di tutto attraverso il lavoro di qualità, la parità di genere e un welfare moderno e inclusivo. Senza questi strumenti, non esiste una risposta efficace alla crisi demografica che sta interessando la nostra regione e l’intero Paese.