Eventi e Cultura

Tre sedi museali nelle Marche accolgono la grande arte di Mario Vespasiani

di Redazione Picenotime


La mostra Cantami o Musa, aperta sabato scorso, alla presenza del sindaco e delle autorità, in contemporanea al Palazzo Kursaal, al Museo Fazzini e al MIC Museo dell’Illustrazione di Grottammare, si presenta come uno dei maggiori eventi culturali nazionali estivi. Confermando le qualità che rendono inconfondibile il percorso artistico di Mario Vespasiani, riconosciuto tra i migliori artisti quarantenni, interprete di una ricerca che continua a evolversi sul piano tecnico e concettuale, in una qualità pittorica fatta di innovazione e sperimentazione. L'esposizione intreccia la storia personale  dell’autore - la sua opera esposta a maggio nell’Aula Paolo VI in Vaticano - il luogo - simbolo della musica e della cultura dell’Adriatico - e uno dei nuclei più autentici della sua poetica, la Musa, intesa come principio generativo dell'immaginazione, presenza invisibile che guida ogni autentico atto creativo. È da questo dialogo che prende forma un progetto capace di intrecciare pittura, musica, poesia e memoria in un'unica narrazione, dove il paesaggio marino diventa metafora dell'orizzonte interiore e dell'inesauribile desiderio di conoscenza.

L'elemento che distingue Mario Vespasiani da gran parte della produzione contemporanea è proprio la sua irriducibilità alle categorie. La pittura, per lui, non costituisce un linguaggio isolato, ma il centro di una costellazione creativa nella quale convivono scrittura, riflessione filosofica, musica e indagine simbolica. Non si tratta di discipline accostate per ampliare il raggio d'azione dell'artista, bensì di manifestazioni differenti di una medesima ricerca. In questa prospettiva assume un valore particolare il catalogo che accompagna la mostra - il 49° della sua carriera - introdotto non da un prevedibile testo critico ma da un corposo saggio del filosofo Diego Fusaro, a cui seguono i testi delle cento canzoni composte da Vespasiani. Riuniti nei cinque album Diario di Bordo, Heart of the Sea, The Aeronaut, Stars and Tears ed Essentia, i brani costituiscono un vero corpus poetico e musicale che dialoga con la pittura senza illustrarla direttamente. Le immagini difatti non spiegano le canzoni, così come le canzoni non raccontano i dipinti: entrambe procedono parallelamente verso un medesimo interrogativo sull'uomo, sul tempo, sul mito e sull'infinito. Un caso pressoché unico nell'arte contemporanea italiana, in cui un artista visivo ha saputo sviluppare con pari intensità e continuità un'opera musicale autonoma e coerente.

Anche il percorso espositivo riflette tale idea di arte come organismo vivente. Accanto alle sale dello spazio principale di Palazzo Kursaal, la mostra si estende al Museo Fazzini e al Museo dell'Illustrazione Contemporanea, costruendo una geografia culturale che mette in relazione luoghi, memorie e linguaggi, per creare un dialogo con la storia artistica del territorio. In questo senso assume un significato emblematico anche il recente invito ricevuto da Vespasiani dalle Guardie Svizzere Pontificie, che lo hanno scelto come unico artista italiano per realizzare l'opera commemorativa dedicata ai cinquecento anni del Sacco di Roma, svelata durante la cerimonia del giuramento alla presenza di Papa Leone XIV nell'Aula Paolo VI in Vaticano, proprio dove svetta la monumentale Resurrezione di Pericle Fazzini, maestro originario di Grottammare. Da questa coincidenza nasce un ideale passaggio di testimone tra due artisti marchigiani appartenenti a generazioni diverse ma accomunati dalla capacità di trasformare la materia pittorica e plastica in visione spirituale.

Ma è soprattutto sul piano della pittura che Cantami o Musa segna un ulteriore avanzamento, Vespasiani continua a reinventare non soltanto i temi, ma la grammatica stessa del dipingere. La sua ricerca tecnica evolve costantemente: i supporti spaziano dalla tela damascata al raso fino ai grandi pannelli di multistrato marino, mentre la materia pittorica si alleggerisce senza perdere intensità. Il segno appare oggi più essenziale, rapido e deciso; la pennellata rinuncia a ogni ridondanza per affidarsi a una sorprendente sintesi formale, nella quale ogni gesto sembra necessario. Anche il colore raggiunge una nuova maturità. Le cromie assorbono la luce dell'Adriatico, le trasparenze dell'estate, gli azzurri, i turchesi, i coralli, gli ocra e le vibrazioni atmosferiche del paesaggio marino, trasformandoli in una materia luminosa che non descrive la natura, ma ne restituisce il respiro. È una pittura che ritrova il valore costruttivo del colore, prosecutore della grande tradizione cromatica che va da Henri Matisse a David Hockney: una lezione nella quale il colore non rappresenta il mondo, ma lo ricrea, conferendogli una nuova evidenza emotiva e spirituale.

Da questa libertà si apre anche l'universo iconografico della mostra: sirene, muse, la Medusa, divinità femminili, navigatori, creature epiche e mostri marini convivono in una mitologia personale che evita ogni citazione archeologica per trasformarsi in racconto dell'interiorità. Il mito non appartiene al passato, ma continua a manifestarsi come linguaggio capace di interpretare il presente. In un panorama artistico spesso segnato dalla ripetizione di formule già sperimentate o dalla ricerca dell'effetto immediato, l'artista continua a dimostrare come la tradizione possa essere innovata senza essere manipolata, come il mito possa ancora parlare al presente e come la pittura, quando riesce a dialogare con la musica, la poesia e la filosofia, possa tornare a essere un linguaggio totale. È forse proprio questa la cifra più efficace dell'opera di Mario Vespasiani: ricordare che l'arte, prima di essere un oggetto da osservare, è un'esperienza da attraversare e un luogo nel quale l'uomo continua a interrogare il mistero del proprio esistere.

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