Eventi e Cultura
di Redazione Picenotime
Profondo cordoglio e indignazione hanno destato la notizia della scomparsa dell'operaio Tomassino Calvaresi, purtroppo deceduto 5 giorni dopo il tragico incidente in cui era rimasto vittima in un cantiere edile ad Acquaviva Picena. Tra i tanti messaggi in suo ricordo c'è anche chi ha voluto dedicare al 70enne sambenedettese una poesia. E' il caso di Yuleisy Cruz Lezcano, poetessa e attivista che da anni, attraverso la poesia e il suo impegno civile, denuncia le morti sul lavoro. Recentemente ha anche pubblicato il libro "Crimini della sicurezza" proprio per contribuire a mantenere alta l'attenzione su queste tragedie.
"Vorrei che fosse un'occasione per ricordare che dietro ogni vittima c'è una persona, una famiglia, degli affetti e una vita che meritava di essere vissuta. A settant'anni, nessuno dovrebbe essere esposto a rischi lavorativi incompatibili con le proprie condizioni fisiche. La sicurezza e la dignità devono venire prima di tutto.Non possiamo abituarci a queste morti, né considerarle inevitabili. Potrebbe accadere a chiunque, e ogni lavoratore dovrebbe avere il diritto di tornare a casa.
Ho scritto questa poesia per sensibilizzare le coscienze e denunciare una cultura del lavoro che troppo spesso dimentica il valore della vita umana. Per ricordare che a settant'anni il corpo ha altri ritmi, che la forza diminuisce, i riflessi rallentano e l'equilibrio può diventare più fragile. Non è una questione di età anagrafica o di discriminazione, ma di tutela, prevenzione e rispetto della persona. La morte di Tomassino non deve diventare soltanto un'altra notizia destinata a essere dimenticata. Deve interrogarci tutti: istituzioni, imprese, sindacati e società. Il lavoro deve dare dignità alla vita, non diventare il luogo in cui la vita si perde".
A settant'anni il corpo
non è più una macchina
che obbedisce al ferro, al cemento,
all'altezza. È un orologio
che ha imparato il silenzio,
una campana che suona
più lentamente, un ramo
che conosce il peso delle stagioni.
La vecchiaia dovrebbe smollare l'uomo,
lasciare libera da certi doveri
l'anima,
libero il corpo di vivere
in forme comode e vaghe,
che non sono ancora tenebre,
ma soltanto una luce diversa,
più quieta, dove il tempo
non pretende velocità.
Dovrebbe sciogliere le mani
dalla fatica, non consegnarle
ancora al rischio, non chiedere
agli occhi di sfidare il vuoto,
alle gambe di ignorare il tremore,
ai riflessi di rincorrere un istante
che talvolta precipita
prima del pensiero.
A settant'anni il passo
ha un'altra misura, i muscoli
custodiscono la memoria della fatica,
le ossa parlano una lingua
più fragile, l'equilibrio
diventa un ponte sottile
tra la volontà di fare
e il limite silenzioso della carne.
Eppure c'è ancora chi sale
sulle impalcature,
chi cammina sopra il vuoto,
chi posa mattoni sotto il cielo
come se gli anni non avessero
lasciato traccia
sul calendario del corpo.
A settant'anni un uomo
non dovrebbe guadagnarsi il pane
mettendo in pegno la propria vita. Nessuna necessità dovrebbe
spingerlo dove una caduta
può diventare l'ultima parola.