Eventi e Cultura
di Redazione Picenotime
Una poltrona blu, un microfono e qualche appunto. Nessuna scenografia da riempire, nessun effetto speciale. Solo le parole, la memoria e una platea che ascolta in silenzio. All’Auditorium Adriano Luzi di Comunanza il protagonista era Marco Travaglio. E per ascoltarlo, il pubblico aveva esaurito i posti già da tempo. Era uno degli appuntamenti più attesi della sesta edizione del Festival Storie e l’attesa ha trovato conferma in una sala gremita, con spettatori arrivati anche da fuori regione, numerosi sindaci e rappresentanti delle istituzioni. Un pubblico eterogeneo, accomunato dalla curiosità di ascoltare il direttore de Il Fatto Quotidiano in un incontro dedicato a Indro Montanelli, il maestro che ha segnato la sua formazione e una figura centrale, quanto scomoda e anticonformista, nella storia del giornalismo italiano.
A dare il benvenuto è stato il sindaco Domenico Sacconi, che ha ringraziato i presenti, Luca D’Aprile, co-fondatore de Il Fatto Quotidiano, seduto in prima fila, e il Festival Storie per aver portato a Comunanza un ospite così speciale. Travaglio si accomoda, guarda la platea e comincia a parlare. Il brusio si spegne e il ritratto di Montanelli prende forma attraverso il ricordo di chi lo ha conosciuto e ne ha condiviso un tratto di strada professionale. Non soltanto un maestro, ma un giornalista senza padroni, capace di mettere in discussione le convinzioni dominanti e di diffidare delle verità troppo condivise. La sua regola, raccontata da Travaglio, è semplice quanto scomoda: se tutti pensano la stessa cosa di una notizia, probabilmente quell’opinione è sbagliata.
È qui che il racconto supera i confini della biografia e diventa una riflessione sul presente. Perché il legame tra Travaglio e Montanelli non riguarda soltanto il rapporto tra un giovane cronista e il suo maestro, ma una precisa idea di giornalismo: indipendente, anticonformista, capace di esercitare lo spirito critico anche quando andare controcorrente è la scelta più difficile. Ricordare un grande giornalista e, soprattutto, interrogarsi su ciò che rende davvero prezioso il lavoro di chi informa: ecco il binario dell’appuntamento. A conclusione, il sindaco Sacconi ha omaggiato Travaglio con un volume dedicato ad Adriano Luzi, restauratore di grande levatura nato a Comunanza e scomparso nel 2003. Un gesto simbolico, che lega la storia del territorio alla vocazione culturale di una manifestazione capace di portare nei piccoli borghi delle Marche protagonisti di primo piano della scena nazionale.
Poi è arrivato il momento del firmacopie. La sala ha lasciato spazio alle strette di mano, alle dediche e ai saluti dei tantissimi fan che aspettavano di avvicinare il direttore. Anche qui, Travaglio non ha perso l'occasione per una battuta, rivolgendosi ai presenti con la consueta ironia: “Ok, mi conoscete per la tv, ma dovete leggere. Ora scusate, ma scappo che devo lavorare”. Una frase pronunciata con simpatia, ma che racconta bene la dedizione al proprio mestiere, anche dopo un auditorium pieno e un lungo incontro, il pensiero torna al lavoro da fare. Per il Festival Storie, un altro appuntamento che lascia il segno. Per Comunanza, una sala gremita e l'occasione di ascoltare da vicino una delle voci più riconoscibili del giornalismo italiano. E per il pubblico, un pomeriggio in cui la storia di un maestro è diventata l'occasione per riflettere sul presente, sul potere e sul valore irrinunciabile di un'informazione libera.