Eventi e Cultura

Ascoli Piceno, Myrta Merlino si racconta: "Il rapporto con mia madre tra scontro, libertà e riconciliazione"

di Davide Ciampini

Myrta Merlino

Myrta Merlino

Myrta Merlino


Una serata all'insegna della cultura, della memoria e delle emozioni profonde quella che ha visto protagonista Myrta Merlino, giunta ad Ascoli Piceno per presentare il suo ultimo libro "La bambina del miracolo". Un appuntamento d'eccezione reso possibile grazie all'impegno di Francesca Filauri e della sua associazione Cultural-mente insieme, che con dedizione continuano a portare nel territorio marchigiano momenti di grande spessore intellettuale e culturale. In un'intervista esclusiva rilasciata a Picenotime a margine dell'evento, la celebre giornalista e conduttrice si è raccontata a cuore aperto, ripercorrendo la genesi dell'opera: un tributo intimo e profondo alla figura materna che si trasforma in un affresco storico, sociale e in una riflessione personale sulla ricerca della propria identità.


"Scrivere questo testo - ha detto la conduttrice e giornalista Myrta Merlino - è una decisione rimasta custodita dentro di me a lungo. Da quando mia madre è morta, ho convissuto con la sensazione di dover scrivere di lei, di volerla raccontare e sottrarre all'oblio per costruire un pezzetto di immortalità, per lei e per noi. È stato un percorso lungo e sofferto, perché ho fatto molta fatica ad affrontare il dolore, l'assenza e, infine, ad intraprendere questo viaggio dentro me stessa. Poi, circa un anno e mezzo fa, la spinta decisiva dell'editrice Elisabetta Sgarbi, fortemente convinta della validità del progetto, ha dato il via definitivo. ​Il libro è cambiato profondamente durante la stesura. Nascendo inizialmente come il desiderio intimo di raccontare mia madre, si è imbattuto prima di tutto nella Grande Storia. Mia madre ha attraversato la seconda metà del Novecento: il dopoguerra, i fermenti degli anni Sessanta, il '68 a Parigi, la Cina di Mao negli anni Settanta, la New York degli anni Ottanta e la Cina degli anni Novanta che cambiava pelle. Accanto alla storia collettiva è emersa Napoli, la nostra città, che ha preso quasi una vita propria: una Napoli vista dalla prospettiva di una famiglia colta, altoborghese e di sinistra, ben lontana dalle immagini folkloristiche e da cartolina. Infine, l'opera si è trasformata in un viaggio interiore, perché a un certo punto, nella vita di questa donna straordinaria, sono arrivata io. Il cambiamento è stato profondo. Da bambina desideravo la presenza quotidiana: volevo essere curata, accompagnata a scuola, a danza, volevo la merenda e le attenzioni tradizionali che ci si aspetta da una figura materna. Mia madre, invece, era immersa nella sua vita: la politica, l'università, gli amici, i viaggi, una sete inesauribile di conoscenza. Provavo una forte gelosia verso quel mondo esterno che me la portava via. ​L'adolescenza  - ha proseguito - è stata segnata da uno scontro aperto. Volevo una madre "normale", come tutte le altre, e non una figura così eccentrica, speciale e fuori dai binari. A quell'età c'è bisogno di regole, paletti e conformismo per sentirsi uguali agli altri; a casa mia, invece, regnavano una grande libertà e pochissime regole. Crescendo, la prospettiva si è ribaltata. Quello che da piccola percepivo come una mancanza o un limite è diventato motivo di affascinazione e un modello di ispirazione. La sua indipendenza, il suo coraggio e la determinazione nel piegare la vita ai propri desideri e bisogni mi sono apparsi come un dono bellissimo. Ho fatto pace con quel passato e ho compreso che avere una madre così è stato un privilegio. Il messaggio fondamentale, dunque, è l'invito a rimanere fedeli a se stessi, a non rinunciare mai al proprio io profondo. È un esercizio difficile, perché spesso è più comodo piegarsi alle opportunità o a ciò che gli altri si aspettano da noi, ma il prezzo da pagare è alto: non vale la pena vivere se si rinuncia alla propria identità. La forza e il coraggio di affermare chi siamo possono davvero cambiare le cose. Questo insegnamento si riflette direttamente nel mio modo di intendere il giornalismo. Ho sempre cercato di rimanere me stessa nel mio lavoro, portando avanti le mie battaglie e scegliendo contesti in cui la mia identità fosse rispettata, arrivando anche a rinunciare a spazi dove non mi sentivo a mio agio. Nel mondo dell'informazione e della televisione, la credibilità e l'autorevolezza sono tutto. Il pubblico riconosce quando c'è una verità di fondo: solo basandosi su una reale trasparenza si può costruire un rapporto forte, autentico e duraturo con chi ascolta".





autore Davide Ciampini****

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