Curiosità
di Redazione Picenotime
Che cosa cambia davvero nell'ESG reporting? Cambia l'onere della prova. Per i soggetti tenuti alla rendicontazione di sostenibilità ai sensi della normativa europea, un impegno dichiarato non basta: servono dati tracciabili, perimetri esplicitati, responsabilità interne assegnate per nome e cognome. Il report smette di essere un prodotto della comunicazione e diventa l'esito di un processo di raccolta, verifica e approvazione delle informazioni.
Risposta rapida.La CSRD è la direttiva europea sulla rendicontazione societaria di sostenibilità: stabilisce che determinate imprese pubblichino informazioni ambientali, sociali e di governance con un grado di struttura vicino a quello dell'informazione finanziaria. Gli ESRS (European Sustainability Reporting Standards) sono gli standard secondo cui le imprese soggette alla CSRD devono rendicontare; le relative bozze sono elaborate da EFRAG. Le prime imprese soggette applicano le nuove regole all'esercizio finanziario 2024, con report pubblicati nel 2025. Per chi si sta muovendo adesso, il primo passo utile non è scrivere: è capire quali indicatori l'azienda già dichiara all'esterno, chi li produce e dove sono archiviate le evidenze.
La norma: Direttiva (UE) 2022/2464 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 dicembre 2022, in materia di rendicontazione societaria di sostenibilità (CSRD).
Pubblicazione: Gazzetta ufficiale dell'Unione europea, serie L 322 del 16 dicembre 2022, pagine 15–80.
Entrata in vigore: 5 gennaio 2023.
Recepimento negli Stati membri: ai sensi dell'articolo 5 della direttiva, entro il 6 luglio 2024.
Prima applicazione: esercizio finanziario 2024 per le prime imprese soggette, con report pubblicati nel 2025.
Standard di riferimento: gli ESRS, le cui bozze sono predisposte da EFRAG, organismo indipendente che riunisce diversi portatori di interesse, fornisce consulenza tecnica alla Commissione europea e ne supporta l'implementazione.
Questo articolo è pensato per chi, in un'impresa manifatturiera o di servizi, si trova a gestire la questione sul piano pratico: amministrazione e controllo di gestione, qualità-ambiente-sicurezza, risorse umane, comunicazione. Nell'ordine: la differenza operativa tra comunicare e rendicontare, la cornice normativa con i suoi perimetri, l'organizzazione di dati, ruoli e controlli, e una sequenza di passaggi per impostare il lavoro senza trasformarlo in un progetto senza fine.
Conviene mettere subito un confine. La comunicazione di sostenibilità lavora su messaggi: valori, intenzioni, progetti. La rendicontazione lavora su evidenze: un numero, la sua fonte, il periodo a cui si riferisce, il perimetro societario e operativo che copre, il metodo con cui è stato calcolato, la persona che lo ha validato.
Affermare che l'ambiente sta a cuore all'impresa non è rendicontabile. Lo è invece un consumo energetico espresso in kWh, riconciliato con le fatture dei fornitori, rapportato a un'unità di produzione, confrontato con l'anno base e accompagnato da una spiegazione delle variazioni. Lo è un indice infortunistico costruito con una formula dichiarata e mantenuta coerente nel tempo. Lo è la quota di acquisti coperta da qualifica dei fornitori, se esiste una procedura che la definisce e un archivio che la documenta.
Nella pratica professionale del reporting, tre criteri distinguono un documento che regge da uno che fa scena.Chiarezza: il lettore capisce cosa è incluso e cosa resta fuori, senza doverlo indovinare.Comparabilità: i numeri si possono confrontare con l'esercizio precedente.Coerenza nel tempo: i metodi di calcolo non cambiano di anno in anno senza che il cambiamento venga dichiarato e, dove possibile, senza ricalcolo del dato storico. Non sono requisiti della direttiva, ma criteri di buona pratica. Sono anche quelli che rendono un report utilizzabile da chi lo legge dall'esterno.
La CSRD è la cornice; gli ESRS sono il vocabolario. La prima definisce l'obbligo di rendicontazione per i soggetti che ne rientrano; i secondi stabiliscono secondo quali standard quella rendicontazione va costruita, e nascono da un processo tecnico condotto da EFRAG con il coinvolgimento dei portatori di interesse. È una differenza pratica, non accademica: prima, una società poteva scegliere con ampia libertà cosa raccontare; con un linguaggio comune, la libertà si sposta dal cosa dico al come lo dimostro.
Sul fronte italiano vale una nota di metodo. Il recepimento della direttiva da parte degli Stati membri era fissato al 6 luglio 2024, e secondo il Dipartimento del Tesoro del Ministero dell'Economia e delle Finanze in Italia è stata avviata una consultazione pubblica sul recepimento della CSRD. Per un'impresa questo significa una cosa concreta: il perimetro dei soggetti tenuti alla rendicontazione e il calendario applicativo non si deducono da un articolo divulgativo, ma si leggono nei testi vigenti, nelle loro modifiche successive e nelle norme nazionali di recepimento, con il supporto del consulente legale o del revisore. Dare per scontato di essere fuori perimetro — o di esserci dentro — è il primo errore, e si paga in rilavorazioni.
Una seconda nota, più operativa. Molte imprese del territorio non sono destinatarie dirette dell'obbligo, ma lavorano con committenti che lo sono. La verifica del perimetro, quindi, va fatta due volte: una per sé, una per capire se e quando le richieste di dati arriveranno dal cliente a monte della filiera.
Nelle prassi di reporting più maturo la rilevanza di un tema viene in genere valutata in due direzioni. Da un lato gli effetti che l'attività dell'impresa produce su ambiente e persone; dall'altro i rischi e le opportunità che quel tema genera per l'impresa stessa, compresi gli effetti economici. Un esempio: per una fonderia il consumo di energia è un tema ambientale, ma è anche un rischio di costo e di continuità operativa. Le due letture, prese separatamente, portano a decisioni diverse; messe insieme, orientano gli investimenti.
Poi c'è la filiera. Un'azienda che fornisce componenti o lavorazioni a un gruppo strutturato può trovarsi a rispondere a richieste di dati che prima non le arrivavano: consumi energetici, ore di formazione, indici infortunistici, politiche sui fornitori, provenienza dei materiali. Non è un obbligo diretto e non riguarda tutti nello stesso modo; in diverse filiere, però, questi scambi informativi tendono a entrare nel dialogo commerciale ordinario, e qualcosa di simile si osserva nei questionari che accompagnano le valutazioni di controparte. Rispondere con numeri approssimativi ha un costo poco visibile ma reale: apre un giro di chiarimenti che assorbe più tempo di quanto ne sarebbe servito per organizzare i dati a monte.
Il cambiamento più visibile riguarda la grammatica delle frasi. Escono di scena le affermazioni non verificabili. Entrano quattro elementi: baseline (l'anno di riferimento), indicatore, target, avanzamento. Se l'obiettivo è ridurre i consumi specifici del 15% entro il 2028 rispetto al 2023, il report dell'esercizio in corso dovrebbe dire dove si è arrivati e perché, anche quando il risultato è peggiore del previsto. Una variazione spiegata vale più di un successo generico.
Cambia anche il rapporto tra strategia e documento. Se il report dichiara che l'efficienza energetica è un tema rilevante, il lettore attento cerca la corrispondenza negli investimenti: esiste una voce di spesa coerente? C'è un piano di manutenzione? Chi ne risponde? Quando questa corrispondenza manca, il documento produce l'effetto opposto a quello desiderato, perché segnala che la sostenibilità non è entrata nei processi decisionali.
Sul fronte della comunicazione esterna, un approccio prudenziale consiglia di pubblicare ciò che si può provare, dichiarare i limiti dei dati (stime, perimetri parziali, metodologie in evoluzione) e descrivere i piani di miglioramento come piani, non come risultati raggiunti. Un limite dichiarato è un segnale di controllo. Un limite nascosto, prima o poi, diventa una contestazione.
Chi ha già attraversato un ciclo di rendicontazione sa dove si perde tempo: non nella scrittura, ma nella raccolta. I dati esistono, però sono distribuiti tra gestionale amministrativo, software del personale, registri ambientali, documentazione di sicurezza, fatture delle utenze, portali dei fornitori. Spesso nessuno ha il compito formale di consolidarli, e la stessa grandezza viene calcolata in due modi diversi da due uffici diversi.
Prendiamo la parte sociale del report, quella che in apparenza sembra la più semplice. Ore di formazione, indici infortunistici, scadenze di idoneità e di abilitazione nascono negli stessi archivi che alimentano gli adempimenti di sicurezza sul lavoro: registri dei corsi, verbali, attestati, denunce. È un confine su cui operano strutture di analisi, formazione e consulenza tecnica; STILLAB, ad esempio, pubblica i propri report di sostenibilità dal 2021.
Il punto, per chi deve impostare il sistema, non è il singolo operatore: è che quei dati sono già tracciati per un'altra finalità. Chi gestisce quotidianamente corsi, idoneità, segnalazioni e scadenze conosce la loro affidabilità meglio di chiunque altro, e riusarli nel reporting costa meno che ricostruirli a fine esercizio. Vale per la sicurezza come per gli acquisti, la manutenzione, le utenze.
Le contromisure, per esperienza, sono organizzative prima che informatiche. Non derivano dalla direttiva: sono regole di lavoro che riducono le rilavorazioni.
Data owner e process owner: per ogni indicatore, chi produce il dato, chi lo verifica, chi lo approva. Un approccio utile è indicare persone identificabili e non soltanto funzioni.
Riconciliazioni: i consumi energetici si quadrano con le fatture, le ore di formazione con i registri, gli eventi infortunistici con le denunce. Una differenza non spiegata è un'anomalia da tracciare, non da arrotondare.
Ricostruibilità: ogni numero pubblicato dovrebbe poter essere riportato alla fonte, con versioni e date. È il requisito che permette a un terzo di ripercorrere il calcolo senza settimane di archeologia documentale.
Calendario: dove è possibile, conviene fissare scadenze interne di chiusura dei dati non finanziari coordinate con quelle del bilancio d'esercizio, altrimenti la rendicontazione resta un'attività fuori ciclo, fatta di corsa.
Se e in quale forma le informazioni pubblicate debbano essere sottoposte a verifica da parte di un soggetto esterno è una questione che va letta nei testi vigenti e nelle norme nazionali di recepimento, caso per caso. Sul piano tecnico, però, il presupposto resta quello descritto sopra: rendere ogni affermazione ripercorribile da chi non conosce l'azienda dall'interno.
Uno degli errori più frequenti è trattare l'analisi di materialità come un esercizio di completezza. Si finisce con venti temi rilevanti, ottanta indicatori e nessun presidio reale. La materialità è invece un'operazione di selezione: serve a decidere cosa entra nel report e, soprattutto, cosa resta fuori, con una motivazione scritta che si possa rileggere l'anno successivo.
Il coinvolgimento degli stakeholder ha senso se produce informazione utilizzabile. Interviste ai clienti principali, un questionario ai fornitori strategici, un confronto strutturato con i rappresentanti dei lavoratori valgono più di una rilevazione generica con centinaia di risposte poco qualificate. Due accorgimenti riducono il rischio di esercizi autoreferenziali: verbalizzare metodo, campione e periodo del confronto; tenere traccia delle richieste ricevute, comprese quelle che l'azienda ha deciso di non accogliere, con la relativa motivazione. La seconda parte è quella che i lettori esterni tendono ad apprezzare, perché mostra un processo decisionale e non un consenso costruito a tavolino.
Qui sta il passaggio più interessante per un direttore finanziario. Gli indicatori di sostenibilità, se costruiti bene, rispondono a domande manageriali che esistevano già: quanto incide l'energia sul costo unitario di prodotto, quali reparti generano più fermi per infortunio o per manutenzione non programmata, quanta parte del fatturato dipende da fornitori concentrati in un'unica area geografica, quali scadenze autorizzative rischiano di bloccare una linea.
Trattare questi numeri come materiale per un documento annuale è uno spreco. Collegarli al budget, ai piani di investimento e alla mappa dei rischi li trasforma in strumenti di decisione: una politica di acquisto che privilegia fornitori qualificati, un piano di formazione tarato sui reparti con più eventi, un investimento in efficienza valutato con un ritorno calcolato su dati propri e non su medie di settore. I benefici, quando arrivano, tendono a essere operativi prima che reputazionali: minori consumi, meno fermi, maggiore rapidità nel rispondere alle richieste documentali di clienti e finanziatori.
Quello che segue non è un adempimento previsto da una norma, ma una sequenza di lavoro che riduce i tempi e le riscritture.
Chiarire il perché. Adempimento normativo, richieste della filiera, dialogo con i finanziatori, strategia industriale: gli obiettivi cambiano il livello di dettaglio necessario. Metterli per iscritto evita progetti sovradimensionati.
Mappare i dati esistenti e i divari. Per ciascun indicatore: dove risiede il dato, chi lo gestisce, con quale frequenza, con quale affidabilità. Il risultato è spesso sorprendente: molto materiale esiste, poco è consolidato.
Selezionare i temi. Pochi, legati al modello di business, misurabili. Un tema senza indicatore e senza responsabile resta una dichiarazione di intenti.
Disegnare processi e controlli. Responsabilità nominali, evidenze richieste, calendario, passaggi di approvazione, gestione delle anomalie.
Costruire la versione verificabile. Documentazione di supporto ordinata, metodologie scritte, perimetri dichiarati, coerenza tra il testo narrativo e le tabelle dei dati.
Comunicare con prudenza. Affermazioni sostenute da evidenze, limiti esplicitati, obiettivi presentati con baseline e scadenza. La comunicazione arriva dopo la rendicontazione, non al suo posto.
Quattro domande dicono, in pochi minuti, quanto un'impresa è pronta. Chi risponde, con nome e cognome, di ciascun dato pubblicato? Se qualcuno chiedesse l'evidenza di un numero preso a caso, quanto tempo servirebbe per produrla? Gli indicatori dichiarati rilevanti compaiono nei documenti di budget o soltanto nel report? E l'ultima edizione pubblicata consente di confrontare i risultati con l'esercizio precedente, o cambia metodo e perimetro di anno in anno?
Chi ha risposte pronte su questi punti ha già fatto la parte difficile: il documento, a quel punto, è quasi una conseguenza. Chi non le ha farà bene a partire da qui, prima che dall'impaginazione.
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