Salute
di Redazione Picenotime
C'è una scoperta degli ultimi anni che continua a sorprendere anche i ricercatori: i bambini con ADHD hanno un microbiota intestinale diverso dai loro coetanei. Non di poco. In modo misurabile, replicabile e statisticamente significativo.
Uno studio pubblicato sull'European Child & Adolescent Psychiatry ha confrontato la composizione batterica intestinale di bambini con diagnosi di ADHD con quella di bambini senza diagnosi.
Risultato: nei bambini con ADHD si osserva una riduzione di Actinobacteria (4,89% contro 5,78%) e di Bifidobacterium (8,11% contro 9,87%), due famiglie di batteri direttamente coinvolte nel funzionamento del sistema nervoso centrale.
Tradotto: il problema non è solo nel cervello. O meglio, il cervello e l'intestino parlano continuamente tra loro attraverso quello che i ricercatori chiamano "asse intestino-cervello", una rete che coinvolge il nervo vago, il sistema immunitario e una serie di molecole segnale. Modificare quello che un bambino mangia non è solo una questione di stomaco.
Il cervello di un bambino con ADHD funziona in modo diverso soprattutto nella gestione della dopamina, il neurotrasmettitore che regola attenzione, motivazione e controllo degli impulsi. La corteccia prefrontale (l'area che pianifica, frena gli impulsi, mantiene l'attenzione) matura con un ritardo di circa 2-3 anni rispetto ai coetanei senza diagnosi.
Diversi micronutrienti sono precursori diretti della dopamina: ferro, zinco, magnesio, omega-3. Quando mancano (e nei bambini con alimentazione selettiva, frequente nell'ADHD, mancano spesso) i sintomi possono aggravarsi. Non perché il cibo "causi" l'ADHD, ma perché alimenta o priva il sistema neurochimico delle risorse di cui ha bisogno per funzionare.
Nel 2021, Khoshbakht e colleghi hanno pubblicato su European Journal of Nutrition i risultati di un RCT (studio controllato randomizzato) su 80 bambini con diagnosi di ADHD. Metà gruppo ha seguito per diversi mesi la dieta DASH, un regime alimentare ricco di frutta, verdura, cereali integrali, legumi e proteine magre, con riduzione di sodio, zuccheri aggiunti e alimenti ultra-processati. L'altra metà ha mantenuto la propria alimentazione abituale.
I ricercatori hanno misurato i sintomi con la scala Conners, uno strumento standardizzato per valutare iperattività e attenzione. Il gruppo che ha seguito la dieta DASH ha ottenuto una riduzione del punteggio di 4,71 punti contro i 3,0 del gruppo di controllo, con differenza statisticamente significativa (p<0,05). Sono migliorati anche i punteggi SDQ, che misurano il comportamento complessivo.
Non è una guarigione. Ma è un miglioramento reale, prodotto da un cambiamento nel piatto. Un approfondimento completo su questi dati e su come applicarli concretamente è disponibile nell'articolo di Serenis sull'ADHD nei bambini e la dieta DASH.
La dieta DASH non è una dieta restrittiva. Non prevede l'eliminazione di interi gruppi alimentari né regole impossibili da seguire con un bambino a tavola. È, nella sostanza, una dieta mediterranea ben calibrata: più fibre, più micronutrienti, meno prodotti confezionati e bevande zuccherate.
I meccanismi attraverso cui agisce sono probabilmente multipli: riduce l'infiammazione sistemica, nutre il microbiota con fibre fermentabili, aumenta l'apporto dei precursori dei neurotrasmettitori. Non è magia. È biochimica.
Alcune indicazioni pratiche che derivano dalla ricerca:
Due-tre porzioni di pesce azzurro a settimana (sardine, sgombro, salmone selvatico) per gli omega-3
Colazione con proteine (uova, yogurt greco, legumi) invece dei cereali zuccherati, per stabilizzare glicemia e attenzione nelle ore di scuola
Riduzione dei coloranti artificiali (tartrazina E102, rosso allura E129), che alcune ricerche associano a comportamenti iperattivi aumentati nei bambini predisposti
Legumi, semi di zucca e cereali integrali come fonti di zinco e magnesio
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Dirlo è importante: la ricerca non dice che basta cambiare l'alimentazione per gestire l'ADHD. Le linee guida europee raccomandano un approccio multimodale che comprende psicoeducazione, interventi comportamentali, parent training e, nei casi più severi, trattamento farmacologico. L'alimentazione si inserisce in questo quadro come una variabile concreta e modificabile, non come alternativa agli altri strumenti.
Ma per un genitore che cerca qualcosa di tangibile su cui lavorare oggi, sapere che la composizione del microbiota intestinale è diversa, che esistono studi randomizzati che misurano miglioramenti concreti e che il cibo non è neutro per il cervello del proprio figlio, è già un punto di partenza molto meno vago di "mangia sano".
Dir. san: Dott. M. Szathvary (PD 11336)